Confessioni di una quindicenne. Le mie certezze negli anni più teen

L’altra notte non dormivo, mi dimenavo tra i pensieri.
Così, stremata, a un certo punto ho deciso di leggere.
Vai sul web” mi sono detta “leggi qualcosa di meravigliosamente frivolo, e poi dormi sonni tranquilli“.
E invece mi sono imbattuta in questo bellissimo post scritto qualche tempo fa da Chiara Cecilia Santamaria. E non ho dormito più, ho pensato ancora più forte.

Ho pensato alla me quindicenne e alla me che scrive, qui e ora. Ho cercato di ricordare i sogni che avevo, quelli infranti e quelli spenti. Quelli che si sono trasformati e quelli che, a quanto pare, erano solo ben nascosti. Ho pensato alle mete mancate e ai traguardi più belli, quelli inaspettati.

Perché ne e è passata tanta, tantissima, di acqua sotto i ponti da quando una ragazzina con l’Eastpak sulle spalle e i Garbage nelle orecchie sognava la felicità, come tutti a modo proprio, nei viaggi in treno che portavano da casa al Liceo.
Eppure, questo lo ricordo bene, vedevo il presente e pensavo di conoscerlo a menadito, di comprenderlo fino al midollo. Guardavo al futuro e pensavo di sapere già molto su come sarebbe andata, come se qualcuno mi avesse fatto leggere in anteprima una recensione piena di spoiler.
Avevo tante speranze e convinzioni granitiche, alcune lo erano davvero altre a quanto pare no. Ma certe cose solo il tempo le può dire.

È così che ho buttato giù, di getto, le mie certezze di quegli anni. E sono certa che siano comuni a molte teenager di ieri, di oggi e di  domani…

Ero certa della presenza eterna delle amiche, o almeno di alcune amiche. Credevo che ci sarebbero state sempre. Credevo che certi rapporti non sarebbero cambiati mai. E invece non è andata proprio così, non sempre almeno.

Credevo che scambiarsi vestiti, condividere piccoli segreti, urlare canzoni stonate in coro e ridere a crepapelle fino al mattino fosse l’essenza stessa dell’amicizia. Non ci avevo capito ancora nulla, ovviamente. O forse sì?

Ero assolutamente convinta che andarsene in giro con addosso un’aria da dura potesse proteggere dalle delusioni. Chiaramente non è stato così: un vestito, in fondo, è solo un vestito.

Credevo che certe ragazze, le più popolari, non si sentissero mai come mi sentivo io. Credevo non sapessero cosa volesse dire sentirsi insicure, o inadeguate, o mai abbastanza. Credevo non avessero demoni contro cui lottare. Beh, sbagliavo.

Ero certa che non sarei sopravvissuta all’esame di maturità. Ne avevo una paura folle. La notte prima degli esami per me sarebbe stata anche l’ultima. Il mondo, dopo la prova orale, sarebbe finito. Male ovviamente.
Oggi mi considero una sopravvissuta.

Ero convinta che i miei genitori avessero una scorta di soluzioni in tasca, come caramelle. E in fondo oggi amo ancora pensarlo…

Credevo anche che io non le avrei mai avute in tasca, quelle caramelle. E in effetti è così.

Ero assolutamente certa che una buona dose di make up potesse coprire tutte le insicurezze.

Ero anche convinta, a differenza di Chiara Santamaria, che riuscisse a coprire i brufoliPer davvero.

Credevo che una buona fetta di felicità si potesse comprare da Fiorucci, negli indimenticabili pomeriggi passati in centro.

Non avrei mai creduto che la felicità, quella vera, potesse risiedere nel sorriso di un bambino. Oggi lo so.

Ero convinta che certi amori non finissero. Che facessero i famosi giri immensi, per poi ritornare. Ma siamo nella vita vera, non in una canzone.

Credevo che, prima o poi, sarei riuscita ad incontrare Damon Albarn. Altro che Simon Le Bon!

Ovviamente ero anche certa che ci saremmo innamorati follemente. E fidanzati, ché allora già un bacio era per sempre. Credo non serva specificare che non è andata esattamente così: è andata anche meglio!

Credevo che avrei avuto tutto il tempo del mondo. Per tentare di inseguire i miei sogni, per agguantarli. Per chiedere scusa o per dire un “ti voglio bene”. Ho imparato che il tempo vola, mannaggia a lui. Ho imparato che certe cose le devi fare oggi, per non rischiare di non poterlo più fare domani.

Credevo, in fondo, che i miei quindici anni sarebbero durati per sempre.

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