Mai andata di moda

Di me quando ero bambina si diceva che era proprio bello vedermi a tavola. I miei nonni non facevano che ripetere orgogliosi: “l’è un piasè vedèla mangià sta tusa chi”. Mi lodavano di continuo per il mio grande appetito. E io mi sentivo felice.
Ma quello che ignoravo allegramente era che i miei nonni arrivavano dalla guerra, avevano dunque una filosofia del cibo tutta legata alle sofferenze della loro generazione.

Quindi, mentre io crescevo nella convinzione che “mangiare è bello. Ma bello-bello!”, il mondo si preparava a passare dalle maggiorate-plasticate stile Pamela Anderson alle modelle super skinny.

Considerando che da ragazzina – quando per l’appunto le bagnine di Baywatch facevano sognare l’ottanta per cento della popolazione maschile a suon di rimbalzi – io ero davvero a corto di materia prima da far rimbalzare, non si poteva certo dire che fossi un’icona rientrante nei dettami degli anni Novanta. Carina e minutina, forse, non è che potessi proprio lamentarmi, ma non disegnata su certi schemi. Perché il mondo chiedeva le Pin-Up mentre io ero una linea retta.
E quindi mi accettavo fino a un certo punto, come tutte le teenager di questo pazzo pianeta.

All’epoca il mio metabolismo adolescenziale mi consentiva comunque di mantenere lo standard alimentare imparato a tavola coi miei nonni; potevo ingurgitare la qualsivoglia teglia di lasagne per poi andare, un paio di ore più tardi, a far merenda con un Big Mac. Senza rimorsi.
Quindi ho sempre vissuto molto serenamente il mio rapporto col cibo. Un pochino meno quello con i rivenditori di biancheria intima, ché quando dovevo andare a comprare un reggiseno mi vergognavo da morire della mia “povertà d’argomenti” e la taglia la chiedevo sempre sottovoce e con le guance un tantino paonazze. Non voglio nemmeno palare della spiaggia. Con il pezzo sopra del bikini il rapporto era proprio ai ferri corti!

Questo fino ai venticinque. Me lo ricordo bene.

Quando il metabolismo svizzero mi ha abbandonata, lasciandomi evidentemente in balia di un collega più rilassato: un italiano verace. Di quelli più “alla giornata”, di quelli che amano la caponata.
Quando le mie curve hanno iniziato ad essere più generose.
Quando le modelle hanno iniziato a indossare solo pelle. E non mi riferisco agli indumenti.

Lì ho dovuto iniziare a rivedere un pochino le mie abitudini alimentari. Insieme al guardaroba, perché – ahimèi jeans li ho dovuti cambiare comunque! Non che avessi fatto chissà quali sforzi colossali eh?! Il Big Mac a merenda l’avevo eliminato però.

E poi sono arrivate le due gravidanze. Ovviamente qualche chilo in più e finalmente un reggiseno degno di questo nome, ma soprattutto che servisse a qualcosa.

Ma a quel punto il mondo mi ha sbattuto in faccia definitivamente il suo bel ribaltone.

E da lì è andato tutto alla rovescia. Il dettame della seconda decade degli anni Duemila è divenuto infatti rapidamente: bello = snello. Dove, se X è uguale a snello, allora il fattore X della bellezza sarà racchiuso nella magrezza estrema. Pochi chili (non di ciccia) distribuiti su un’altezza variabile tra 1.75 e 1.85.
E la retta stava diventando rapidamente una moda. Che tempismo eh?!

Perché, considerando che nel corso degli anni la mia altezza ormai potrà mutare solo per difetto e che la mia formazione a tavola è pari a quella di Giorgione, difficilmente potrò soddisfare mai questi canoni. Un’altra volta fuori dagli schemi. Un’altra volta fuori moda.

E ormai so di per certo che io non ci andrò mai, di moda.

Perché ragazze mie, questa è la breve storia – neanche troppo triste – di una ragazza come tante.
Io non ero differente da quell’amica che si sentiva un po’ troppo tonda, da quella compagna che temeva di essere troppo bassa o da quell’altra che veniva presa in giro al Liceo perché troppo alta.
Ragazzine con le guance troppo spesso rigate dalle lacrime, nel segreto della cameretta, davanti a uno specchio che non raccontava mai quello che avrebbero voluto.
E per questo io ringrazio oggi di avere avuto figli maschi. Ringrazio di non dover asciugare mai quelle lacrime, che ritengo profondamente ingiuste per una ragazzina. Lacrime che mi fanno arrabbiare troppo con il cinismo del mondo.

La mia storia oggi è la stessa di tantissime donne. Donne che si accettano nella loro imperfezione. Perché hanno imparato che la moda tenterà di imporre sempre l’esatto opposto di quello che è la normalità.

Perché hanno imparato che il corpo perfetto non esiste, nemmeno canonicamente parlando. Basta guardare i ribaltoni che si susseguono negli anni. Un giorno sei bellissima perché hai il cassetto del guardaroba pieno di reggiseni quinta misura, il giorno dopo non lo sei più e ti chiedono la retromarcia.
E comunque, anche se ti ritrovi la taglia “giusta”, magari non hai l’altezza, i fianchi, gli occhi o le unghie “giusti”. Perciò no. Il corpo perfetto non esiste e le donne lo hanno imparato.

Ma soprattutto la mia è la storia comune di tante donne che continuano a mangiare il carboidrato con leggerezza.
Perché tanto lo sanno che ogni curva, ogni segno – ruga o smagliatura che siaracconta una storia; hanno imparato che in ogni corpo risiede il bello. Ogni corpo è bello a modo suo. E allora, forse in realtà, ogni corpo in effetti è perfetto. A modo suo. Per qualcuno.

Che in fondo quello che conta, quello che vorrei per davvero, è un qualcosa con cui nasci. E ci nasci al di là delle mode. E lo dice perfettamente quest’icona, Iris Apfel, che ammiro profondamente, in uno spot (quello della nuova DS3, ma in effetti per quel che mi riguarda avrebbe potuto presentare anche l’ultimo detersivo) che mi è capitato di vedere l’altra sera e che, stregandomi, mi ha ispirata immediatamente alla scrittura di questo post…

Una volta qualcuno mi ha detto: “Non sei bella e non lo sarai mai. Ma non importa. Tu hai stile.”

Ecco, che qualcuno mi dica questa cosa qui. E la mia anima riderà soddisfatta per tutta la vita!

Immagine in copertina e video: Iris Apfel per DS3

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